- TITOLO ORIGINALE: JIKO BUKKEN ZOKU: KOWAI MADORI;
- REGIA: HIDEO NAKATA;
- CAST: SHOTA WATANABE, MIKU HATTA, KOTARO YOSHIDA, MAHO YAMADA;
- DURATA: 113minuti;
- ANNO: 2025;
- GENERE: HORROR;
- VOTO: 7.
Alla ricerca di un nuovo horror giapponese mi sono imbattuto in Stigmatized Properties: Possession, diretto da Hideo Nakata. Leggendo la descrizione ho scoperto quasi subito che si trattava del seguito di un film uscito alcuni anni prima e, pur avendo qualche dubbio sull’eventuale mancanza di riferimenti al capitolo precedente, ho deciso comunque di dargli una possibilità. Purtroppo, nonostante alcune buone idee, il risultato finale mi ha lasciato sensazioni piuttosto contrastanti.
Trama
Il protagonista è Yahiro, un giovane operaio che lavora in una fonderia. Grazie alle sue capacità e al suo carattere viene apprezzato da colleghi e superiori, tanto che il direttore gli propone di diventare supervisore con la prospettiva, un giorno, di assumere la guida dell’intera fabbrica. Yahiro, però, sogna tutt’altra vita, perché il suo desiderio è trasferirsi a Tokyo e diventare un attore televisivo. Decide quindi di lasciare il lavoro e raggiungere la capitale, dove, grazie all’aiuto del suo ex capo, entra in contatto con un manager disposto a offrirgli un’occasione, ma l’incarico, però, è decisamente insolito. Per ottenere visibilità dovrà vivere in alcuni appartamenti a basso costo conosciuti come “proprietà stigmatizzate”, abitazioni in cui sono avvenuti suicidi, omicidi o altri eventi tragici e che, secondo le leggende, sarebbero infestate da presenze soprannaturali. Pur non essendo del tutto convinto, Yahiro accetta la proposta e inizia così a trasferirsi da una casa all’altra, affrontando quattro diverse esperienze paranormali. Durante questo percorso conosce anche Karin, un’aspirante attrice che, in modi diversi, finirà per accompagnarlo nella sua inquietante avventura.
Impressioni
Stigmatized Properties: Possession rappresenta il ritorno di Hideo Nakata, regista che ha lasciato un segno indelebile nel cinema horror giapponese grazie a Ringu. Il film prosegue idealmente quanto raccontato nel primo Stigmatized Properties, uscito nel 2020 e ispirato ai racconti autobiografici del comico Tanishi Matsubara, che aveva realmente vissuto in abitazioni considerate “stigmatizzate”, ovvero luoghi segnati da morti violente o suicidi. Il problema principale di questo seguito è che non riesce mai a raggiungere il livello di tensione che ci si potrebbe aspettare da un regista del calibro di Nakata. La narrazione procede come una sorta di curva continua, alternando sequenze davvero efficaci ad altre molto meno convincenti. Il film è strutturato in quattro capitoli, ciascuno dedicato a uno degli appartamenti in cui Yahiro si trasferisce e proprio in queste ambientazioni emerge il meglio dell’opera. L’atmosfera del classico horror giapponese è infatti ancora presente, basta una semplice figura immobile sul fondo di una stanza, appena illuminata, per creare un’inquietudine autentica. Sono quei momenti fatti di silenzi, attese e presenze appena accennate che ricordano il miglior cinema horror nipponico. Purtroppo tutto ciò che ruota attorno a queste sequenze risulta invece meno convincente. Gli eventi si susseguono con un ritmo fin troppo veloce e molte situazioni vengono introdotte senza essere realmente approfondite. Per chi, come me, si avvicina direttamente a questo secondo capitolo, alcune dinamiche risultano poco chiare e il protagonista accetta incarichi e situazioni estremamente particolari con una naturalezza che lascia qualche perplessità. Anche il rapporto tra Yahiro e Karin fatica a decollare. La loro relazione rimane piuttosto superficiale per buona parte del film e solo nel finale riesce ad acquisire un significato più concreto, migliorando leggermente la percezione complessiva della loro storia. Dal punto di vista della recitazione il risultato è piuttosto altalenante. In diverse scene gli attori trasmettono poco coinvolgimento emotivo e questo si avverte soprattutto durante i momenti che dovrebbero essere più carichi di tensione. Paradossalmente sono proprio i fantasmi a sostenere buona parte dell’efficacia dell’horror. Una semplice mano che compare sulla spalla del protagonista oppure l’improvvisa apparizione dell’anziana signora che si scaglia contro il coinquilino di Yahiro riescono a creare autentici momenti di inquietudine. Quest’ultima scena, tra l’altro, mi ha ricordato molto la celebre vecchietta vista in Dan Da Dan, sia nell’effetto sorpresa sia nell’impatto visivo del jumpscare.
Conclusione
Stigmatized Properties: Possession è un horror che possiede tutti gli elementi tipici del cinema soprannaturale giapponese, con le ambientazioni inquietanti, le presenze silenziose e una tensione costruita più sull’attesa che sugli effetti speciali. Purtroppo, però, queste buone intuizioni vengono spesso penalizzate da una narrazione troppo frettolosa, da personaggi poco approfonditi e da un coinvolgimento emotivo che raramente raggiunge il livello desiderato. Rimane comunque un film con alcuni momenti riusciti e capace, a tratti, di ricordare il fascino del miglior horror giapponese. Consigliato.
Il webmaster manuenghel © 2026
Scegliete una strada non percorsa da altri.
dal film Stigmatized Properties – Possession di Hideo Nakata.
