- TITOLO ORIGINALE: YUREI;
- REGIA: ERIC KHOO;
- CAST: CATHERINE DENEUVE, YUTAKA TAKENOUCHI, MASAAKI SAKAI, JUN FUBUKI, DENDEN;
- DURATA: 105minuti;
- ANNO: 2024;
- GENERE: DRAMMATICO;
- VOTO: 8.
Quando ho letto la mail di Mymovies che segnalava la visione in anteprima di Spirit World, non ci ho pensato due volte, qualcosa in quel titolo e nell’ambientazione mi ha subito attratto. E alla fine non ho sbagliato, ho visto un film semplice, ma profondo, a tratti “in stile Wim Wenders”, che con delicatezza parla di perdite, ricordi e piccole rinascite interiori.
Trama
Claire è una cantante francese ormai sul viale del tramonto. Dopo aver perso la figlia e il suo amato cagnolino, vive un’esistenza vuota, consumata dalla malinconia. Un invito per un concerto a Tokyo, in suo onore, la spinge a tornare in Giappone, dove da giovane era stata una vera icona. Nel frattempo Yuzu, un anziano musicista giapponese e suo grande fan, acquista con entusiasmo il biglietto per assistere all’esibizione, ma purtroppo, muore poco prima del concerto. Al suo posto andrà il figlio Hayato, un regista in crisi creativa e personale, segnato dall’abbandono della madre e dal recente lutto. La sera dell’evento, Claire regala al pubblico un’ultima, potente performance, ma subito dopo muore per abuso di alcol. In un’atmosfera sospesa, Claire e Yuzu si ritrovano spiriti insieme, increduli e spaesati. Da quel momento, i loro percorsi si intrecciano con quello di Hayato, che parte per incontrare la madre mai conosciuta, portando con sé un oggetto caro a Yuzu, suo padre.
Impressioni
Spirit World è uno di quei film da vedere in silenzio, lasciandosi trasportare dalle emozioni senza aspettarsi grandi colpi di scena. Ha un’anima gentile, intima, che si prende cura dello spettatore con calma e sensibilità. Il punto forte del film è la tridimensionalità dei suoi protagonisti. Hayato, forse il più tormentato, vive intrappolato nel vuoto lasciato dalla madre e nella malinconia della figura paterna, il suo blocco creativo e la dipendenza dall’alcol ne fanno un personaggio fragile e profondamente umano; Claire invece è prigioniera del passato e del dolore, un’anima che ha smesso di credere nella vita, ma che non ha smesso di amare; infine c’è Yuzu, che è un uomo buono, un sognatore silenzioso, che ha trovato nella musica e nella voce di Claire una dolce consolazione alla solitudine, ma anche lui non privo di “errori”. C’è qualcosa di Wim Wenders nel modo in cui Khoo racconta tutto questo, con i pensieri di Claire, che sembrano fluttuare tra vita e morte, tra ricordi e rimpianti, proprio come gli Angeli del regista tedesco. Eppure, a differenza del cinema di Wenders, Spirit World è più accessibile, più diretto, quasi più tenero, è un film fatto di piccoli gesti, parole dette e non dette, e quella sensazione che qualcosa, in fondo, stia parlando anche di noi. Eric Khoo ci regala un racconto che non urla, ma arriva. E dentro questo racconto ci possiamo trovare anche noi, con le nostre perdite, i nostri sogni infranti e la voglia, magari silenziosa, di ricominciare a vivere.
Conclusione
Spirit World è un’opera delicata, che mescola morte e vita, presente e passato, senza mai forzare la mano, un film crepuscolare con una semplicità rara, facendo parlare più i sentimenti che la trama. Consigliatissimo.
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Sarà un lungo viaggio, fino all’oceano.
dal film Spirit World.
