L’isola dei cani


  • TITOLO ORIGINALE: ISLE OF DOGS;
  • REGIA: WES ANDERSON;
  • DURATA: 101minuti;
  • ANNO: 2018;
  • GENERE: AVVENTURA;
  • VOTO: 8.

Sembrerà strano leggere qui una recensione di un film non giapponese, ma questa volta faccio volentieri un’eccezione. L’isola dei cani è ambientato in un Giappone alternativo, e quando c’è di mezzo il Giappone, per me diventa subito qualcosa da raccontare. Diretto da Wes Anderson, autore di opere come Grand Budapest Hotel, I Tenenbaum, Le avventure acquatiche di Steve Zissou e Il treno per il Darjeeling, per citarni alcuni, questo film rappresenta il suo ritorno all’animazione in stop-motion, con uno stile riconoscibile fin dal primo fotogramma.

Trama

In un futuro alternativo, la città di Megasaki è colpita da una misteriosa epidemia che contagia tutti i cani. Per proteggere la popolazione, il sindaco Kobayashi prende una decisione drastica, cioè deportare tutti i cani su un’isola trasformata in una gigantesca discarica. Tra loro c’è anche Spot, il cane del giovane Atari, nipote adottivo del sindaco. Determinato a ritrovarlo, Atari fugge e si dirige verso l’isola. Qui incontra un gruppo di cani randagi, un branco tanto improbabile quanto affiatato, che decide di aiutarlo nella ricerca. Quello che inizialmente sembra un semplice viaggio alla ricerca di un amico perduto, si trasforma pian piano in qualcosa di più grande. Dietro l’epidemia e l’esilio dei cani si nasconde infatti una verità più profonda, legata al passato e destinata a influenzare il futuro dell’intera città.

Impressioni

Sì, si può dire che L’isola dei cani è un film eccezionale. Quando dietro la macchina da presa c’è Wes Anderson, si percepisce subito una cura quasi maniacale per ogni dettaglio. Tutto è calibrato, costruito con precisione, ma allo stesso tempo riesce a mantenere una leggerezza narrativa che rende il film incredibilmente coinvolgente. La storia, pur partendo da un’idea semplice, riesce a svilupparsi in modo originale, tenendo sempre viva la curiosità. Uno degli elementi più particolari è la scelta linguistica. I cani parlano (nella versione italiana) in modo diretto e comprensibile, mentre gli esseri umani si esprimono in giapponese, con una traduzione affidata a un’interprete. Una soluzione narrativa che non solo funziona, ma rafforza anche il senso di distanza tra i due mondi. Il branco di cani è uno dei punti di forza del film, con personaggi diversi, a volte assurdi, spesso ironici, ma tutti incredibilmente umani. È impossibile non affezionarsi a loro. Dal punto di vista tecnico, lo stop-motion è semplicemente straordinario. Ogni movimento, ogni espressione, ogni dettaglio è curato con una precisione che lascia davvero senza parole. Si percepisce proprio il lavoro artigianale dietro ogni singola scena. Anche la colonna sonora merita una menzione con richiami orientali, ritmo perfetto, capace di accompagnare sia i momenti più leggeri sia quelli più tesi, senza mai risultare fuori posto.

Conclusione

L’isola dei cani è un film da amare, senza troppi giri di parole. È originale, visivamente affascinante, narrativamente coinvolgente e pieno di personalità. E poi, inutile negarlo, il fatto che sia ambientato in Giappone gli dà quel qualcosa in più che, almeno per me, lo rende ancora più speciale. Consigliatissimo.

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Revisione della recensione: 18-04-2026.

Nessuno si arrende da queste parti, non lo dimenticare.

Dal film L’Isola dei Cani di Wes Anderson.