L’impiccagione


  • TITOLO ORIGINALE: KOSHIKEI;
  • REGIA: NAGISA OSHIMA;
  • CAST: DO-YUN YU, KEI SATO, FUMIO WATANABE, HOSEI KOMATSU, TOSHIRO ISHIDO, MASAO ADACHI, ROKKO TOURA, AKIKO KOYAMA;
  • DURATA: 112minuti;
  • ANNO: 1968;
  • GENERE: DRAMMATICO;
  • VOTO: 7.

Ho scoperto questo film quasi per caso su RaiPlay e, leggendo la descrizione, una frase ha subito catturato la mia attenzione: “di memoria brechtiana”. Quel riferimento al teatro epico di Bertolt Brecht mi ha incuriosito immediatamente, spingendomi ad approfondire un’opera che prometteva di andare oltre il semplice racconto cinematografico. Così mi sono avvicinato a uno dei film più celebri di Nagisa Oshima, senza immaginare che mi sarei trovato davanti a un’opera capace di mettere in discussione non solo il concetto di giustizia, ma anche il linguaggio stesso del cinema.

Trama

Il protagonista, identificato semplicemente come R, è un giovane condannato a morte per aver commesso due efferate violenze ai danni di alcune donne. L’esecuzione avviene alla presenza delle autorità competenti, un funzionario, un medico, un sacerdote e le guardie carcerarie assistono seguendo scrupolosamente il protocollo previsto. Qualcosa, però, va storto. Dopo l’esecuzione il cuore di R continua a battere. L’uomo non è morto, ma ha soltanto perso i sensi e quando si risveglia è completamente privo di memoria e non ricorda né la propria identità né i crimini commessi. Questa situazione genera un enorme problema legale e morale, perché se il condannato non è più consapevole delle proprie azioni, è ancora possibile eseguire la condanna? Per risolvere questo paradosso, i presenti decidono di mettere in scena una vera e propria rappresentazione teatrale, ricostruendo gli avvenimenti del passato nel tentativo di far riaffiorare i ricordi di R. Ha così inizio una vicenda sempre più surreale, nella quale il confine tra realtà, teatro e riflessione filosofica diventa sempre più sottile.

Impressioni

Per me L’impiccagione esplora i confini più estremi del cinema ed è probabilmente uno dei film più complessi che abbia mai visto. Non tanto per la trama, quanto per il modo in cui Nagisa Oshima costruisce il racconto. Terminata la visione ho avuto bisogno di diversi giorni per riflettere sull’opera e cercare di comprenderne pienamente il significato. Non è un caso che venga considerato uno dei capolavori del regista e che sia stato presentato al Festival di Cannes nel 1968. Approfondendo il contesto della sua realizzazione ho scoperto che il film prende ispirazione da un fatto realmente accaduto nel 1958. Oshima rimase colpito dalle lettere scritte dal vero imputato, successivamente raccolte nel volume Punizione, morte e amore, e costruì il film partendo dai documenti processuali, trasformando quella vicenda in una riflessione teatrale ricca di humour nero e fortemente influenzata dal pensiero di Bertolt Brecht e, in parte, anche dalla commedia dell’arte. L’inizio del film è già una dichiarazione d’intenti, sembra quasi un documentario. Viene posta allo spettatore una domanda sulla pena di morte, vengono mostrati i risultati di un sondaggio dell’epoca e viene illustrato il luogo delle esecuzioni, definito addirittura il “cancello dell’inferno“. Da quel momento, però, tutto cambia. Il film abbandona progressivamente il realismo e si trasforma in una rappresentazione teatrale, dove i personaggi diventano quasi degli attori chiamati a interpretare un ruolo pur di portare avanti un sistema che sembra incapace di fermarsi. Ed è proprio questo l’aspetto che mi ha colpito maggiormente. Davanti a un evento imprevisto che mette in crisi ogni certezza, nessuno si domanda davvero se ciò che sta facendo sia giusto. Tutti cercano soltanto un modo per far funzionare nuovamente il meccanismo, anche a costo di rendersi ridicoli. Questa ostinazione mi ha fatto inevitabilmente pensare anche alla società contemporanea e, in parte, alla politica, dove spesso si continua a difendere una posizione anche quando gli eventi dimostrano chiaramente i suoi limiti. L’importante sembra essere andare avanti, senza mai mettere realmente in discussione il sistema. È una riflessione che il film propone con intelligenza, senza fornire risposte semplici, ma lasciando continuamente lo spettatore nella posizione di dover ragionare su ciò che vede.

Conclusione

L’impiccagione è un film difficile, provocatorio e profondamente originale. Alterna momenti assurdi, quasi grotteschi, ad altri sorprendentemente ironici, riuscendo però a costruire una riflessione molto seria sulla pena di morte, sulla responsabilità individuale, sull’identità e sul funzionamento della giustizia. È uno di quei film che probabilmente non si comprendono del tutto con una sola visione e che continuano a far riflettere anche diversi giorni dopo i titoli di coda. Sono rimasto scioccato, sorpreso e, allo stesso tempo, profondamente affascinato da quello che ho visto. Non è un’opera adatta a tutti e richiede pazienza, attenzione e la voglia di mettersi in discussione insieme al film stesso. Consigliato.

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dal film L’impiccagione di Nagisa Oshima.