- TITOLO: JAPANESE STORY;
- REGIA: SUE BROOKS;
- CAST: TONY COLETTE, GOTARO TSUNASHIMA, YUMIKO TANAKA, MATTHEW DYKTYNSKI;
- DURATA: 110minuti;
- ANNO: 2003;
- GENERE: DRAMMATICO;
- VOTO: 9,5.
Non so se mi crederete, ma dopo più di dieci anni ho finalmente rivisto Japanese Story. Era rimasto lì, nella memoria, come un ricordo sospeso. Per anni ho cercato invano dove recuperarlo, finché, quasi sentendomi sciocco per non averlo fatto prima, ho comprato il DVD online e l’ho guardato immediatamente. È stato come tornare indietro nel tempo. E, proprio come la prima volta, sono rimasto affascinato, profondamente innamorato di questo film.
Trama
La storia segue Sandy, una geologa australiana, indipendente e concreta, che suo malgrado viene incaricata di accompagnare Hiromitsu, uomo d’affari giapponese e figlio di un potente magnate del ferro, in un viaggio di lavoro nell’entroterra australiano. Fin dall’inizio tra i due domina il silenzio, non c’è sintonia, non c’è complicità. Entrambi sembrano infastiditi dalla presenza dell’altro. Sandy vive quell’incarico come un’imposizione e Hiromitsu appare distaccato, quasi estraneo al paesaggio che lo circonda. Ma è proprio nel cuore del deserto australiano, in una situazione imprevista e pericolosa, che qualcosa cambia. L’isolamento, la vastità del panorama, il silenzio assoluto rompono le barriere iniziali. I due iniziano a conoscersi, a parlare, a scoprire fragilità e differenze culturali. Tra loro nasce una connessione inattesa, delicata, alimentata dalla potenza della natura che li circonda. Il deserto non è solo sfondo, ma presenza viva, spazio che amplifica emozioni e rende inevitabile l’apertura dei cuori.
Impressioni
Japanese Story è un film semplice, lineare, quasi spiazzante nella sua essenzialità. E forse proprio per questo non ha attirato l’attenzione che meritava. Io, invece, penso che sia proprio questa “fredda semplicità” a renderlo un piccolo capolavoro. Non ci sono grandi colpi di scena costruiti per sorprendere lo spettatore, ma gli avvenimenti si susseguono come piccoli passi, gli stessi che percorriamo anche noi nella vita quotidiana. Quando certe cose accadono, sembrano banali, ma in realtà sono vere, terribilmente vere. Ed è in quella verità che lo spettatore si riconosce. Il rapporto tra Sandy e Hiromitsu non è costruito su dialoghi eccessivi o su dichiarazioni esplicite. È fatto di silenzi, di sguardi, di momenti sospesi. È un legame che cresce lentamente, come se il paesaggio stesso lo stesse modellando. E poi c’è la colonna sonora. Ogni volta che la ascolto chiudo gli occhi e mi sembra di volare tra le pieghe della mia vita, tornando a quelle sensazioni che solo Japanese Story riesce a regalare.
Conclusione
Japanese Story è un film che va vissuto, non raccontato troppo. Un’opera che parla di incontri, di silenzi, di differenze culturali e di quanto la vita possa sorprenderci quando meno ce lo aspettiamo. Un film che amo profondamente e che, ogni volta che lo rivedo, riesce ancora a toccarmi come la prima volta. Consigliatissimo.
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Revisione della recensione: 29-02-2026.
Ora potrò essere bravo marito, bravo padre, bravo uomo, ma oggi sono nel deserto.
Dal film Japanese Story di Sue Brooks.
Il cielo è così grande, così blu, c’è così tanto spazio e il mio cuore è aperto.
