Dark water


  • TITOLO ORIGINALE: HONOGURAI MIZU NO SOKO KARA;
  • REGIA: HIDEO NAKATA;
  • CAST: HITOMI KUROKI, RIO KANNO, MIREI OGUCHI, ASAMI MIZUKAWA, FUMIYO KOHINATA;
  • DURATA: 101minuti;
  • ANNO: 2002;
  • GENERE: HORROR;
  • VOTO: 7.

Questo film era da tempo nella mia lista mentale, perché avevo già visto il remake americano con Jennifer Connelly, che ai tempi mi aveva convinto e lasciato un buon ricordo. Così, quando l’originale giapponese è apparso per caso sul digitale terrestre, non mi sono tirato indietro e del resto a dirigere c’è Hideo Nakata, il regista di Ring.

Trama

Yoshimi è una giovane madre in fase di divorzio. Con un passato segnato da problemi psichici e una battaglia legale per l’affidamento della figlia Ikuko, cerca disperatamente un luogo tranquillo dove ricominciare. Lo trova in un condominio vecchio e malandato, dove l’intonaco cade e l’acqua… beh, l’acqua è ovunque. Gocciola dal soffitto del loro appartamento, senza apparente motivo, accompagnata da strani rumori che provengono dal piano superiore. A tutto questo si aggiunge un oggetto inquietante, cioè un piccolo zainetto rosso che Yoshimi trova e tenta di gettare via più volte, senza successo, perché ogni volta ricompare. Indagando, Yoshimi scopre che due anni prima una bambina è scomparsa proprio in quel palazzo. Le sue ricerche la portano sul tetto, dove si cela la verità, infatti la bambina è morta affogata nella cisterna dell’acqua. Da quel momento, Yoshimi si rende conto che la minaccia non riguarda solo lei, ma soprattutto la sua amata Ikuko…

Impressioni

Dark Water è un film che non punta sulla paura immediata, ma sull’ansia che cresce lentamente, come un’onda che monta e ti avvolge senza accorgertene. Nakata gioca abilmente con l’invisibile, con ciò che potrebbe esserci. L’atmosfera è cupa, decadente, umida, i corridoi sono spogli, la luce è rarefatta, l’acqua, che è l’elemento simbolico e ricorrente, diventa il tramite tra il mondo dei vivi e quello degli spiriti. Lo stile è volutamente lento, a tratti quasi “vintage”, e potrebbe risultare datato a uno spettatore moderno, ma è proprio questa lentezza a costruire l’angoscia in tutto il film. Le interpretazioni sono buone nella loro essenzialità, con Hitomi Kuroki che regala un ritratto abbastanza credibile di una donna fragile ma pronta a tutto per sua figlia. Mi ha sorpreso trovare anche una giovanissima Asami Mizukawa, che nel finale chiude il cerchio in maniera sottile e dolorosa. Rispetto al remake americano, qui c’è meno “enfasi”, ma più sostanza psicologica. Non ci sono troppi jumpscare, ma solo sussurri, visioni sfuggenti, piccole cose quotidiane che diventano terrificanti, come i capelli in un bicchiere, passi nel silenzio, un rubinetto che non si chiude mai.

Conclusione

Dark Water è un horror che definirei malinconico, fatto di silenzi, solitudine e dolore materno. Non è un film che spaventa nel senso classico, ma inquieta, avvolge e lascia una sensazione di disagio sottile. Consigliato.

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Mi dispiace, non possiamo stare insieme.

dal film Dark Water.